Ogni momento degli ultimi sei anni, ogni giorno era stato vissuto per arrivare alle Olimpiadi.
Shin non ci poteva credere, era lei adesso la candidata per il salto in alto. Chi-en si era rotto il polso cadendo dalla moto.
Quella mattina sembrava uguale a tutte le altre, la mamma era già sveglia e vestita da tempo e aveva preparato una zuppa per colazione, papà era già uscito da tempo per aprire il ristorante. Shin si svegliò con un po’ di noia addosso, non le andava molto di allenarsi quel giorno a dire il vero. Uscì di casa lentamente per raggiungere la squadra in palestra.
L’odore di ammoniaca e sudore stantio si sentivano già dalle grate del marciapiede, a volte ricevevano lamentele dagli inquilini del palazzo. Abbassò gli occhi davanti a un poliziotto che la guardò attentamente ed entrò.
In palestra la accolse un boato, lei ricevette la notizia in maniera confusa: le Olimpiadi! Il suo sogno, il sogno di ogni atleta, pensò di essere stata saggia ad allenarsi continuamente anche dopo che era stato selezionato Chi-en. Adesso la noia di quel giorno era passata, aveva 17 anni, sarebbe stata fra le più giovani partecipanti in Atletica Leggera, tutti sarebbero stati orgogliosi di lei e la sua famiglia avrebbe ottenuto rispetto e dei privilegi. I giochi olimpici avrebbero cambiato tutto, e lo fecero, ma in un modo completamente inaspettato.
Shin si stava preparando già da un mese quando una mattina venne svegliata dalla polizia che entrò in casa sua. Ai colpi robusti contro la porta seguirono voci confuse, grida che ordinavano di prendere tutto e andare via. Due agenti rovesciavano per terra i mobili. Li spinsero fuori e non rivide più la casa. Permisero a suo padre di entrare una volta per prendere qualche altro oggetto di valore e tutti loro si trasferirono a casa della zia. Sua madre pianse per giorni, e quando le comunicarono che sarebbe andata a vivere al dormitorio universitario per continuare a frequentare la squadra e allenarsi sua madre piangeva ancora.
Gli allenamenti divennero sempre più duri e lunghi. Ma le Olimpiadi cominciarono a perdere splendore ai suoi occhi. Per strada vedeva vecchi e ragazzi magri e donne che lavoravano, vestite in tuta, controllate dalla polizia. Costruivano aiole, piantavano fiori, pulivano la strada, i muri dei palazzi, aiutavano nelle costruzioni.
Dopo un mese l’allenatore le disse che il palazzo di casa sua era stato abbattuto insieme al ristorante dove lavorava suo padre.
Non le interessava, continuò a fare le flessioni come una macchina, 110, 111, 112… ascoltando come se fosse sott’acqua. Era diventata solo una macchina.
Si allenava, tornava al dormitorio, mangiava velocemente, dormiva e si allenava. Viveva con un gruppo di ragazze, ne conosceva solo un paio della squadra e comunque parlavano molto poco fra di loro: ormai la sua vita puntava soltanto lassù, verso una sbarra che stava silente a poco più di 5 metri da terra, anche se gli occhi di Shin guardavano sempre in basso.
Un salto dopo l’altro, l’asta non pesava neanche più, la rincorsa le dava la leggerezza di un uccello che stava per spiccare il volo, puntava a terra e lo slancio elastico la proiettava in alto, sempre di più, e superò quei cinque metri, una volta, due… sempre. E i giochi si avvicinavano fra il brusio e il fermento della città. I controlli divennero più intensi e i senzatetto sparirono tutti.
I suoi genitori non potevano permettersi di assistere ai giochi, così il giorno delle Olimpiadi Shin uscì dal dormitorio con le compagne di squadra ed entrò allo stadio, quasi senza emozioni. L’applauso di quella folla enorme la avvolse tanto che lei quasi lo udì. C’era molto rumore per lei, molto più di quello con cui era abituata ad allenarsi, ma non importava. L’asta oscillava accanto al suo corpo mentre andava in pista, guardò la sbarra, respirò a fondo e si spinse nella rincorsa.
Gli unici momenti in cui Shin guardava in alto erano durante il volo, così vide il profilo dei monti lontani e riconobbe il paesaggio dei monti che vedeva dalla sua finestra, lassù al primo piano. Atterrò sul materasso e finalmente scoppiò a piangere fra il boato della folla.
Medaglia d’oro e neanche una stanza dove appenderla. I suoi genitori sarebbero ancora stati orgogliosi di lei? Non lo sapeva.
Il suo successo non avrebbe più suscitato un affetto incondizionato, ma solo un ricordo di privazione e la sua vita continuava in campagna, tre in una stanza a casa della zia, in attesa di poter ricomprare casa a pechino, adesso forse ci sarebbe risucita, con la medaglia al collo.
E’più difficile per me farlo su uno schermo, dopo aver condiviso un anno di fogli scarabocchiati con le ultime correzioni e di giorni in cui tornavo a casa con il tuo racconto tra le mani, come un piccolo tesoro da scoprire in solitudine, quasi un talismano di buon auspicio… Eppure leggerti è sempre un’emozione. Sei stata la mia ispirazione durante quei mesi duri, un esempio di dedizione, di crescita. Grazie.
Comment di katres — 7 Aprile 2008 @ 08:10 |
grazie grazie grazie…
sei un grande incoraggiamento.
abbracci a profusione!!!
Comment di margola — 7 Aprile 2008 @ 10:31 |
sei semplicemente straordinaria!
Comment di misternemo — 7 Aprile 2008 @ 13:08 |
Non è male ma, secondo me, hai scritto e sai fare di meglio.
C’è anche una piccola imprecisione…
Avevo deciso di non commentare ma tutte queste sviolinate…
Ciao
fla…
Comment di fla... — 10 Aprile 2008 @ 02:09 |