Privazione, quella parola aleggiava in accademia, sopra quel tavolo verde, all’aperto. Un amico mi ha chiesto di pensarci su:
da una becera e frettolosa ricerca on line, al termine privazione corrispondono astinenza, astensione, sacrificio, disagio, perdita.
Tutti termini che considerano l’esistenza di un opposto che invece possiede qualcosa.
(Avrei potuto dedicarmi un minuto e prendere il vocabolario? Sì, avrei potuto… ma volevo ragionare, più che leggere)
Ma deve esserci sempre un opposto?
È vero che le definizioni e la logica ci portano sempre a considerare il bene e il male, il positivo e il negativo, ma a volte la costrizione all’interno di una logica, reale, condivisa, inappuntabile, può renderci freddi e poco inclini all’ascolto di un punto di vista che sfugge a questo dualismo. Ho fatto un errore simile pochi giorni fa.
Non so quanto è colpa della lingua italiana, il nostro modo di ragionare.
In fondo ai bambini delle elementari si insegnano i verbi “essere” e “avere” e non solo a loro, questi due sono i primi verbi che si imparano in ogni lingua.
Perché?
Si insegna a distinguerli e utilizzarli in modo corretto, ma si insegnano insieme, già da piccoli essere e avere sono intrecciati nella nostra mente, nel nostro cuore (par cœur – a memoria).
Privazione vs possesso equivale a massa vs identità, quindi?
Posseggo quindi sono, altrimenti non posseggo qualcosa (ne sono privato) quindi non sono. Anzi sono uno qualsiasi: un componente di un target cui riferirsi per spingere all’acquisto?
In entrambi i casi il soggetto sono io.
Io ho, io non ho (Come se fosse importante).
E a ripensarci, questa mia parentesi mi inserisce in una categoria.
In fondo siamo tutti divisi fra essere e avere, c’è sempre chi preferisce, o fa finta di preferire, l’uno o l’altro.
A me piace avere, a chi non piace, però a me piace avere quelle cose che mi affermano come persona, che parlano di chi sono.
Ma non lo dico in modo egocentrico, non so quanto sia un bene avere questa debolezza (essere così deboli?) nella sfera dell’identità.
Ma io sono la prima che vive l’ansia della privazione come mancanza di identità?
La mia persona si definisce grazie a molte delle cose che ho o che non ho, che cerco di avere e che scelgo di non avere.
E soprattutto dallo spazio che mi appartiene e che mi dedico ogni giorno.
E, come ben sai, lo spazio mentale e fisico che dedico a me sola, come margherita con il mio ingombro fisico,
la mia mente, il mio sangue che scorre
e il mio silenzio (quanto mi manca un po’ di silenzio)
quel tempo, quello spazio è minimo.
E il fantasma del senso di colpa, più o meno evocato, mi terrorizza quando me lo prendo.
E poi mi viene in mente la privatizzazione: in fondo privatizzare può provocare rassicurazione.
Come quando si sa che c’è una meta, un obiettivo che ci aspetta e che definisce così il nostro ruolo, il nostro essere, un obiettivo tipo: “un giorno tutto questo sarà tuo!” e cose simili.
Ma questo è rassicurante quanto può essere rassicurante la speranza, quindi soltanto in un contesto carico di spinte positive e serenità.
Parlare di privato a chi non vive in un contesto rassicurante non fa altro che acuire il sentimento dell’esclusione.
Perché davanti a un panorama di campi coltivati, così come di città abbellite con casermoni industriali nessuno a me dirà “un giorno tutto questo sarà tuo”, ma io per prima penserò “un giorno tutto questo sarà sempre loro!” (e nel caso delle industrie mi fa anche un po’ schifo a dire il vero. E che se le tengano! Lasciatemi un campo, uno di quelli colorati a scacchi verde a giallo, di quelli che si vedono quando si attraversa la Sicilia in macchina, e il loro silenzio interrotto solo dal passare delle nuvole nel cielo azzurro).
E come al solito ho divagato.
adorabile divagazione.
ma cos’è che hai scelto di non avere? di cosa privarsi per essere?
Commento di katres — Giugno 4, 2009 @ 9:56 pm |
Purtroppo io mi perdo immediatamente dentro al caos e racimolo zavorra. Di cosa privarsi per essere? Non so se è banale come risposta, ma in generale scelgo di privarmi di tutto quello che mi può allontanare dall’idea che ho di me, da come mi immagino. Beh è vero non sempre riesce, spesso me ne accorgo dopo, e allora che fare? Giro le vele e continuo a fluire. Come tutti.
Commento di margola — Giugno 4, 2009 @ 11:32 pm |